#: locale=it
## Tour
### Descrizione
### Titolo
tour.name = Andrea Capecci VIRTUALEXHIBITION
## Skin
### Testo Multilinea
HTMLText_25EFE350_0D23_D0A6_4187_3F601CAF86E1.html =
ERO
Conobbi Andrea Capecci, circa vent’anni fa, quando io stavo per trasferirmi in America e lui, stava per diventare padre.
Non ci siamo incontrati più per molti anni, neanche per caso o di sfuggita, finché le nostre strade, si sono incrociate nuovamente.
Quando sono rientrata in Italia, dopo undici anni vissuti in America, Capecci aveva dipinto tanto, i figli erano diventati due e aveva letto tutti i racconti che scrivevo da New York, per il sito online di Flash Art.
In quella rubrica, incontravo gli artisti nei loro studi, così, quando Andrea mi ha chiesto, se volevo scrivere un testo per la sua mostra, gli ho risposto che prima, ovevo vedere il suo studio, perché è lì, che “si sentono le cose”.
Lo studio, la vita, il lavoro.
Una mattina di giugno, entrando nel suo studio, sono tornata in America per quasi un’ora…
Lo studio, infatti, ricordava quello di Jackson Pollock nell’East Hampton a Long Island, che ebbi la fortuna di visitare nel 2009. Come lì, anche qui il pavimento è sporco di colori, gocciolati a terra durante il lavoro pittorico.
Si respira nettamente, aria di Action Painting, è facile immaginare Capecci, lavorare in piedi dall’alto verso il basso e calpestare la tela stesa sul pavimento.
L’America non finisce qui: respiro – nel vero senso della parola – un odore che ricorda le officine meccaniche, materiali organici sono arrotolati in più punti.
Panni impregnati di polvere e colore, vecchi jeans, sneakers da ragazzini, avanzi di stoffe.
Tele di grandi dimensioni, anche molto diverse tra loro, sono state montate su telai che ricordano quelli costruiti da Basquiat. Appoggiate alle pareti, mostrano uno stile in cerca di se stesso, che lotta per liberarsi dalle tante suggestioni che arrivano dall’esterno.Questa lotta è anche fisica: Capecci non ha paura di sporcare, di impregnare, di incrostare, di aggredire. Mi guardo intorno, qualcosa mi riporta al lavoro di Steven Parrino, un artista che rompeva, piegava e torceva violentemente le proprie opere.
Nei lavori di Andrea, sento il tempo che passa: il prima e il dopo, ma anche “lo scarico della giornata” per usare le sue parole… dunque il presente.
L’eco americano continua silenzioso. Come Raymond Carver, che tra lavoro e famiglia, non aveva tempo per scrivere e doveva procurarsi qualche ora da solo nascosto in macchina lontano dai figli, Capecci… non ha molto tempo per la pittura.
Lo studio è il luogo, dove e forse, quando è possibile, riesce a ritagliarsi qualche ora segreta per dipingere.
In uno spazio che sa di officina (il padre era meccanico) e che contiene all’interno oggetti di design e mobili anni settanta, cari all’artista che nella vita di tutti i giorni lavora come art designer, l’America continua ad entrare ed uscire anche dalle sue tele.
Something… in lavanderia
Un lavoro autobiografico, intriso di quotidianità e di casualità: jeans strappati, vecchie stoffe, tele dipinte, se ne stanno arrotolate a “macerare” in qualche
angolo dello studio.Da questi rotoli, nasce l’idea per “Ero”: una selezione di tele da tempo dimenticate e poi riscoperte durante uno studio visit per mostrarle a dei visitatori.Tele che ricoprono un arco di tempo che va dal 2017 al 2020 e che hanno per titolo, indifferentemente: Something.
Quel “qualcosa” che accade, se accade… dove graffi, dripping, pennellate e trattamenti chimici, finiscono nella centrifuga di una lavanderia industriale in
cerca di casualità e sorpresa.Come ne usciranno una volta lavati?
“Casuale non fino in fondo” spiega Capecci. Grazie alla tecnica dei lavaggi stessi, che ha potuto affinare e studiare per anni, durante il suo lavoro di grafico per case di moda, ne domina un certo controllo. Come la tela dipinta, vede anche i propri disegni e progetti, stravolgersi attraverso i lavaggi industriali e la maglietta da lui immaginata, prende un’altra strada in fase finale.Del resto, l’effetto sorpresa è affidato al caso solo fino a un certo punto.
Come nella vita, la giornata inizia in un modo e può finire in un altro.Potrebbe addirittura finire subito, appena qualcosa va storto e si spera nel giorno dopo.Non vedo libri in studio, qui si viene di fretta, si dipinge o forse si fa solo una pausa in poltrona, ci sono una bici e un motorino però…
Nei quadri, apparentemente maltrattati dall’artista -sicuramente vissuti - c’è un senso di lacerazione e di sfogo.
Sentimenti contrastanti, stati d’animo precari, si guarda indietro, ma si guarda in faccia anche la giornata.
Dopo ore di lavoro al computer, di telefonate, di clienti, Capecci si ritaglia qualche ora in studio, magari dopo essersi fermato per strada a raccogliere un
oggetto.Tutto è imprevedibile, tutto è in continua discussione.
Grazie Andrea, per avermi invitata nel tuo studio.
Oggi, mi sono ritrovata nell’America che ho dovuto lasciare.
Quella che i tuoi quadri mi hanno trasmesso.
“Ho sentito”, dunque, ERO.
Amalia Piccinini
Amalia Piccinini è pittrice e critica d’arte.
Dal 2007 al 2014, è stata corrispondente da New York per Flash Art, dove ha
curato la rubrica online d’arte contemporanea “New York New York”.
HTMLText_25EFE350_0D23_D0A6_4187_3F601CAF86E1_mobile.html =
SI RINGRAZIA
AMALIA PICCININI per il prezioso testo critico
Music by EMILIANO D'AURIA QUARTET FEAT.LUCA AQUINO.
The Call of Water (In-Equilibrio) 2021
FRANCO MERCURI per la location
BEST NAUTICA CONTESSI per la disponibilità
Studio Digitale ALBERO ARCHITETTURE per la fotografia e la realizzazione
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ERO
Conobbi Andrea Capecci, circa vent’anni fa, quando io stavo per trasferirmi in America e lui, stava per diventare padre.
Non ci siamo incontrati più per molti anni, neanche per caso o di sfuggita, finché le nostre strade, si sono incrociate nuovamente.
Quando sono rientrata in Italia, dopo undici anni vissuti in America, Capecci aveva dipinto tanto, i figli erano diventati due e aveva letto tutti i racconti che scrivevo da New York, per il sito online di Flash Art.
In quella rubrica, incontravo gli artisti nei loro studi, così, quando Andrea mi ha chiesto, se volevo scrivere un testo per la sua mostra, gli ho risposto che prima,dovevo vedere il suo studio, perché è lì, che “si sentono le cose”.
Lo studio, la vita, il lavoro.
Una mattina di giugno, entrando nel suo studio, sono tornata in America per quasi un’ora…
Lo studio, infatti, ricordava quello di Jackson Pollock nell’East Hampton a Long Island, che ebbi la fortuna di visitare nel 2009.
Come lì, anche qui il pavimento è sporco di colori, gocciolati a terra durante il lavoro pittorico.
Si respira nettamente, aria di Action Painting, è facile immaginare Capecci, lavorare in piedi dall’alto verso il basso e calpestare la tela stesa sul pavimento.
L’America non finisce qui: respiro – nel vero senso della parola – un odore che ricorda le officine meccaniche, materiali organici sono arrotolati in più punti.
Panni impregnati di polvere e colore, vecchi jeans, sneakers da ragazzini, avanzi di stoffe.
Tele di grandi dimensioni, anche molto diverse tra loro, sono state montate su telai che ricordano quelli costruiti da Basquiat. Appoggiate alle pareti, mostrano uno stile in cerca di se stesso, che lotta per liberarsi dalle tante suggestioni che arrivano dall’esterno.
Questa lotta è anche fisica: Capecci non ha paura di sporcare, di impregnare, di incrostare, di aggredire. Mi guardo intorno, qualcosa mi riporta al lavoro di Steven Parrino, un artista che rompeva, piegava e torceva violentemente le proprie opere.
Nei lavori di Andrea, sento il tempo che passa: il prima e il dopo, ma anche “lo scarico della giornata” per usare le sue parole… dunque il presente.
L’eco americano continua silenzioso. Come Raymond Carver, che tra lavoro e famiglia, non aveva tempo per scrivere e doveva procurarsi qualche ora da solo nascosto in macchina lontano dai figli, Capecci… non ha molto tempo per la pittura.
Lo studio è il luogo, dove e forse, quando è possibile, riesce a ritagliarsi qualche ora segreta per dipingere.
In uno spazio che sa di officina (il padre era meccanico) e che contiene all’interno oggetti di design e mobili anni settanta, cari all’artista che nella vita di tutti i giorni lavora come art designer, l’America continua ad entrare ed uscire anche dalle sue tele.
Something… in lavanderia
Un lavoro autobiografico, intriso di quotidianità e di casualità: jeans strappati, vecchie stoffe, tele dipinte, se ne stanno arrotolate a “macerare” in qualche angolo dello studio.
Da questi rotoli, nasce l’idea per “Ero”: una selezione di tele da tempo dimenticate e poi riscoperte durante uno studio visit per mostrarle a dei visitatori.
Tele che ricoprono un arco di tempo che va dal 2017 al 2020 e che hanno per titolo, indifferentemente: Something.
Quel “qualcosa” che accade, se accade… dove graffi, dripping, pennellate e trattamenti chimici, finiscono nella centrifuga di una lavanderia industriale in
cerca di casualità e sorpresa.
Come ne usciranno una volta lavati?
“Casuale non fino in fondo” spiega Capecci. Grazie alla tecnica dei lavaggi stessi, che ha potuto affinare e studiare per anni, durante il suo lavoro di grafico per case di moda, ne domina un certo controllo. Come la tela dipinta, vede anche i propri disegni e progetti, stravolgersi attraverso i lavaggi industriali e la maglietta da lui immaginata, prende un’altra strada in fase finale.
Del resto, l’effetto sorpresa è affidato al caso solo fino a un certo punto.
Come nella vita, la giornata inizia in un modo e può finire in un altro.
Potrebbe addirittura finire subito, appena qualcosa va storto e si spera nel giorno dopo. Non vedo libri in studio, qui si viene di fretta, si dipinge o forse si fa solo una pausa in poltrona, ci sono una bici e un motorino però…
Nei quadri, apparentemente maltrattati dall’artista - sicuramente vissuti - c’è un senso di lacerazione e di sfogo.
Sentimenti contrastanti, stati d’animo precari, si guarda indietro, ma si guarda in faccia anche la giornata.
Dopo ore di lavoro al computer, di telefonate, di clienti, Capecci si ritaglia qualche ora in studio, magari dopo essersi fermato per strada a raccogliere un oggetto.
Tutto è imprevedibile, tutto è in continua discussione.
Grazie Andrea, per avermi invitata nel tuo studio.
Oggi, mi sono ritrovata nell’America che ho dovuto lasciare.
Quella che i tuoi quadri mi hanno trasmesso.
“Ho sentito”, dunque, ERO.
Amalia Piccinini
Amalia Piccinini è pittrice e critica d’arte.
Dal 2007 al 2014, è stata corrispondente da New York per Flash Art, dove ha curato la rubrica online d’arte contemporanea “New York New York”.
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SI RINGRAZIA
AMALIA PICCININI per il prezioso testo critico
Music by EMILIANO D'AURIA QUARTET FEAT. LUCA AQUINO.
The Call of Water (In-Equilibrio) 2021
FRANCO MERCURI per la location
BEST NAUTICA CONTESSI per la disponibilità
Studio Digitale ALBERO ARCHITETTURE per la fotografia e realizzazione
### Etichetta
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Label_1E1670FC_10C0_0A49_4191_B702BABBFED4.text = Virtual Exhibition of
Label_1E71E4B7_10C0_0AC7_419C_387F086B9981_mobile.text = Virtual Exhibition of
Label_1E7F928C_10C0_0EC9_41A5_EF4D0FA57FEC_mobile.text = +39 3339008506
Label_1F17D09E_10C0_0AC9_41A2_B1CDFFA2B781.text = andcapecci@gmail.com
Label_29717855_0D25_50AF_4190_843D82804FC2.text = VEDI LA MOSTRA
Label_29717855_0D25_50AF_4190_843D82804FC2_mobile.text = VEDI LA MOSTRA
Label_299F9106_0D25_50AD_417E_F1132824F018.text = Andrea Capecci
Label_299F9106_0D25_50AD_417E_F1132824F018_mobile.text = Andrea Capecci
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Label_65C58D3F_7714_4D20_419E_9C0B6A3B4671_mobile.text = CREDITS
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## Media
### Titolo
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